NUOVE SPECIFICHE PER I BIOCOMBUSTIBILI SOLIDI

I biocombustibili solidi hanno raggiunto un buon livello di standardizzazione grazie ad un lungo percorso operativo attorno ai documenti normativi da parte di Commissioni Tecniche a livello nazionale Ed internazionale. Per l’Italia questa attività è promossa dalla CT 282 del comitato termotecnico italiano, ente federato all’UNI.

La norma di riferimento per il settore dei biocombustibili solidi è la Uni EN ISO 17225-1, sulla quale si innestano altre norme relative alle specifiche dei diversi prodotti e ad altri aspetti che interessano la qualità. L’insieme di questi documenti tecnici sta permettendo di semplificare i rapporti tra gli operatori del settore e lo sviluppo del mercato. Per esempio quando si dice che il pellet di legno è a1, significa che il prodotto è conforme alle caratteristiche definite nella norma UNI EN ISO 17225-2, e in particolare che le sue proprietà rispettano i limiti stabiliti della classe A1 della norma. Analogamente questa considerazione è valida per altri biocombustibili quali il cippato, le bricchette e la legna da ardere.

Un aspetto che spesso passa in secondo piano ho considerato assodato riguarda la materia prima. Maggiore attenzione dovrebbe essere prestata la prima riga della specifica, relativa appunto all’origine e alla provenienza della biomassa solida con cui viene prodotto il biocombustibile. Tali informazioni sono codificate nell’ambito di una classificazione, basata su un sistema fino a 4 cifre, in cui vengono riconosciute tutte le materie prime vegetali, comprese quelle acquatiche. Se torniamo a considerare il pellet di legno di classe a1, la specifica stabilisce che il prodotto venga realizzato con legno del fusto(codice 1.1.3) e con legno residuale da processi di lavorazione industriale non trattato chimicamente(1.2.1.). Va osservato che la classe B del pellet abete legno in residuale trattato chimicamente (1.2.2.). Tuttavia, per la legislazione italiana questo materiale è codificato come biomassa rifiuto e non può essere ammesso alla produzione di pellet e domestico, anche rispettando tutti i limiti stabiliti per i diversi parametri della specifica.

Essendo la norma di applicazione internazionale, non prende in considerazione le questioni legislative dei singoli paesi. Allo stesso modo non considera specificità o caratteristiche produttive. Ad esempio le potature di arboree, quali olivo, vite ed alberi da frutta, disponibili in grandi quantità in diverse aree del nostro paese, sarebbero ammesse alla produzione di pellet in classe b, così come in quelle industriali. Tuttavia il limiti di alcuni parametri di questa specifica sono troppo restrittivi. Ad esempio il contenuto in ceneri della classe industriale i tre, quella meno restrittiva, dovrebbe essere inferiore al 3% s. S. E questo valore Non può essere rispettato da potature di arboree a meno di non miscelarla con biomasse legnose di qualità superiore, operazione difficilmente praticabile per ragioni tecniche ed economiche.

Pertanto, il pellet prodotto con queste tipologie di biomasse non è identificabile con alcuna specifica, rendendone così più complesso lo sviluppo di un potenziale mercato. Analoga questione c’è per il pellet non legnoso. Attualmente la norma di riferimento per questo biocombustibile è la Uni EN ISO 17225-6 che prevede classi di qualità specifiche per il pellet di paglia, di Myschantus e di Feed canary frase, assieme a due classi generiche A e B. Alcune matrici vegetali del nostro territorio non riescono a rispettare i limiti che queste specifiche impongono.

Ciò a maggior ragione se è necessario ricorrere all’uso di additivi inorganici per limitare gli effetti della fusibilità delle ceneri. Per queste ed altre ragioni la CT 282 del CTI sta lavorando su un progetto di specifica tecnica Uni ad integrazione della norma internazionale, introducendo quindi nuove classi di qualità per Pellet prevalentemente di depressione agricola da utilizzare negli impianti industriali o comunque in impianti provvisti di adeguati sistemi per l’abbattimento delle emissioni in atmosfera. L’identificazione di questi biocombustibili solidi attraverso tale specifica potrebbe favorirne nuove prospettive di mercato, consentendo ai diversi operatori del settore di valutarne le prestazioni e di comportamento negli impianti termici, e quindi di stabilire un valore economico.

Ma soprattutto, si aprono nuove opportunità per quelle biomasse solide di provenienza agricola e Forestale più caratteristiche dei contesti italiano con potenziali ricadute sui relativi comparti produttivi.